Carmen Antonia Di Benedetto - Carmelo Calvagna - liberi artisti contemporanei siciliani
 

 


- IL MANTELLO DI ARISTOTELE -
Il volo dell’immagine attraverso il vetro

Spazio Silluzio
CATANIA
17-11-2006/16-01-2007

 

  C.A. Di Benedetto e C. Calvagna
2003 - il mantello di Aristotele
smalti su vetro su polimaterico su cartoncino
Polittico
cm.50.5x61.5 x n.10
     
  C.A. Di Benedetto e C. Calvagna
2006 - decoro inquieto 4
polimaterico su vetro retro dipinto
trittico in cornice traforata nera
cm.166x126
     

  C.A. Di Benedetto
2006 - decoro inquieto 7
polimaterico su 2 vetri retro dipinti sovrapposti cm.190x60
     
  C. Calvagna
2006 - decoro minimo
polimaterico in scatola di legno nero
cm.23,3x111.3x6,6
     

  C. Calvagna
2006 - decoro riflesso
polimaterico in scatola di legno nero
cm.23,3x111.3x6,6
     
  C. Calvagna
2006 - decoro alato
polimaterico in scatola di legno nero
cm.93x23,3x6,6
 

  C. Calvagna
2006 - decoro residuo
polimaterico in scatola di legno nero
cm.93x23,3x6,6
     
  C. Calvagna
2006 - decoro enigmatico 1
vetro retro dipinto su specchio dipinto
cm.60x60
     
  C. Calvagna
2006 - decoro enigmatico 2
vetro retro dipinto su specchio dipinto
cm.60x60
     
  C.A. Di Benedetto
2006 - decoro unico 2
polimaterico su vetro retro dipinto e su mdf
cm.90x211
     
  C.A. Di Benedetto
2006 - decoro inquieto 3
polimaterico su vetro retro dipinto e su mdf
cm.90x211
     
  C.A. Di Benedetto
2006 - decoro inquieto 5
polimaterico su vetro retro dipinto
cm.152x120
     
  C.A. Di Benedetto
2005 - decoro nello spazio 4
polimaterico su vetro retro dipinto
cm.197x45
     
  C.A. Di Benedetto
2005 - decoro nello spazio 5
polimaterico su vetro retro dipinto
cm.197x72
     
  C.A. Di Benedetto
2006 - decoro unico 1
polimaterico su vetro retro dipinto
cm.70x50
     
  C.A. Di Benedetto
2007 - decoro inquieto 8
polimaterico su vetro retro dipinto e su mdf
cm.90x211
     
  C.A. Di Benedetto
2006 - decoro inquieto 2
polimaterico su vetro retro dipinto e su mdf
cm.90x211
     
  C.A. Di Benedetto
2005 - decoro nello spazio 1
polimaterico su vetro retro dipinto su mdf
cm.70x50
     
  C.A. Di Benedetto
2005 - decoro nello spazio 2
polimaterico su vetro retro dipinto su mdf
cm.70x50
     
  C.A. Di Benedetto
2005 - decoro nello spazio 3
polimaterico su vetro retro dipinto su mdf
cm.70x50
     
  C.A. Di Benedetto
2005 - decoro intimo
polimaterico su vetro retro dipinto e su mdf
cm.90x211
     
  C.A. Di Benedetto
2005 - decoro inquieto 1
polimaterico su vetro retro dipinto e su mdf
cm.90x211
     
  C.A. Di Benedetto
2005 - decoro emozionale
polimaterico su vetro retro dipinto e su mdf
cm.90x211
     
  C.A. Di Benedetto
2005 - decoro gestuale rosso
polimaterico su vetro retro dipinto
cm.60x60
     
  C.A. Di Benedetto
2005 - decoro gestuale blu
polimaterico su vetro retro dipinto cm.60x60
     


IL MANTELLO DI ARISTOTELE

IL VOLO DELL’IMMAGINE ATTRAVERSO IL VETRO

Andrea L’Episcopo


Fra le pieghe del mantello si dipanano storie che delineano il segno tangibile di ogni possibile continuità. Se il creatore del grandioso sistema filosofico che ha dominato la cultura e le scienze occidentali per oltre un millennio non è più lì a indicarci la terra, le lettere che ne hanno preso il posto riempiono il suo mantello di una forma inequivocabilmente umana e sono quindi segno grafico e semantico dell’umanità. Lo sono perché i segni formano parole e le parole ci dicono di ciò che fu nell’antica Grecia e di ciò che è oggi nel mondo, e nel far questo ci dicono della differenza e per questo, e con forza proporzionalmente maggiore, di ciò che non cambia e che solo può dare senso alle “Storie” di ieri e alle “Ultimora” di oggi, dell’uomo che è il filo sottile ma tenace attorno al quale si intessono tutte le storie, quelle narrate come quelle ancora da narrare, e che è storia egli stesso e che si narra da sempre e continua, da “La scuola d’Atene” a “Il mantello di Aristotele”, in un gioco perenne di rimandi connaturato all’impossibilità di non avere precedenti, con il quale si può tuttavia giocare deliberatamente, inscenando un affettuoso esorcismo che riconduca l’uomo a se stesso.
“Il mantello di Aristotele”, opera programmatica, polimaterica e composita, che articola il suo racconto visivo in dieci lastre, dalle quali traspaiono i colori e sulle quali la forma evoca la figura in virtù del gioco di cui si è detto, è anche il titolo o, meglio, il nome proprio della mostra che raccoglie opere su vetro di Carmen Di Benedetto e di Carmelo Calvagna. Programmatico è anche il sottotitolo della mostra, “Il volo dell’immagine attraverso il vetro”, che, esplicitando il supporto delle opere, introduce al contempo la prima delle contraddizioni che nelle opere stesse trovano composizione: la fragile durezza del vetro si fa infatti mezzo solcabile, si fa spazio liquido o, meglio, fluido, ma comunque accogliente, habitat di figure, di forme spigolose ma aeree, o ancorate alla terra ma dinamiche, fluenti sulla terra. Forme ibride come ibrido è il lavoro dei due artisti che, compagni anche nella vita, intrecciano le proprie sensibilità, spiccate e riconoscibilissime, in un tutto organico, in un composto i cui elementi sono colori, forme, visioni del mondo.

Chiamare “Decori” le opere che, assieme al “Mantello”, compongono la mostra è un’operazione superficialmente fuorviante, che introduce invece un’opposizione, quella fra decoro, appunto, e opera d’arte, che fa il paio con la contraddizione analizzata, perché è anch’essa subito risolta: la pittura su vetro, la maestosa decoratività delle vetrate, vengono piegate a fini espressivi e narratologici che spingono le forme a esondare da qualunque ruolo precostituito, ad essere se stesse dialoganti con la trasparenza, fino a trasparire esse stesse, a tramutarsi in ectoplasmi che affermano la realtà del colore e della materia e la gridano in faccia all’ambiguità della trasparenza.

I decori di Carmen Di Bendetto possono, nostro avviso, essere suddivisi in due precari raggruppamenti, con una significativa eccezione. Il primo raggruppamento, che include i “Decori gestuali”, il “Decoro emotivo” e il “Decoro intimo”, celebra la sensualità delle forme ibride, sospese fra due regni, l’animale e il vegetale, come ancora indecise sul partito da prendere ma decisissime nella pienezza della loro colorata adesione alla vita, nella loro fertile fluidità, che mette in scena una reinterpretazione, in chiave contemporanea, di arcaici riti propiziatori e di ringraziamento. Sono forme densamente bidimensionali, prive di individualità, ma il tutto costituito da ciascuna opera asserisce ossessivamente e inequivocabilmente una spietata e frenetica vitalità, la stessa che governa il paradossale equilibrio di un brodo di coltura molecolare.
Il secondo raggruppamento comprende i “Decori nello spazio” e il “Decoro inquieto”. Qui le forme sono definite, geometriche quasi, e questo “quasi” segnala il primo degli elementi che segnano una distanza siderale fra queste opere e l’astrattismo comunemente inteso (mentre segnano forse una qualche vicinanza con l’espressionismo astratto): la geometricità delle forme è sempre compromessa, come intagliata dalla vita, una vita che rivendica comunque il suo primato e con la quale le forme (apparentemente) astratte intrattengono un rapporto dialettico molto articolato. La spazialità di queste forme tridimensionali è infatti estremamente concreta, esse sono collocate in un spazio, che invece le forme fluide bidimensionali invadevano e quasi divoravano, hanno una posizione. L’astrazione è reale perché è tutta dentro la realtà che la plasma e che essa contribuisce a plasmare, dunque è ancora la vita, ma adesso storicizzata, e perciò vita umana, fatta di umori sì, ma anche di idee e di ideali. La significativa eccezione, il tassello che fa da raccordo fra i due raggruppamenti, e fra questi e il “Mantello, è rappresentato da “Decoro unico”: l’abbraccio elementale che fonde colore e materia e forme, in un dinamismo plastico fatto di trascorrimenti della forma nella forma, di negazione dell’opposizione nella permanenza delle individualità che rafforzano tale negazione e la connotano di umanità, è la sintesi emotiva dei “Decori”, il raccordo fra la vita pulsante e la vita pensata e il pensiero che vive, perché postula la forma come archetipo della figura, come potenza della figura e quindi come contenitore ideale, ideale perché infinito, di tutte le storie possibili.

Nei decori di Carmelo Calvagna trova spazio la fertile vaghezza dei concetti; è uno spazio che dilaga sulla materia o che si insinua nei suoi generosi interstizi, che viene delimitato sempre a partire da un gioco, il gioco delle reinterpretazioni del medium, le cui pedine sono i limiti stessi e della materia piegata alle necessità espressive, e di chi si accosta da spettatore passivo a ciò che pretenderebbe guardare come opera chiusa, conchiusa in sé. Le sei opere in mostra costituiscono un’unica, concreta riflessione sul tema del doppio; è una riflessione che si articola per exempla nitidi e rigorosi, nei quali la concretezza dei materiali impiegati fa da contraltare all’evanescenza del riflesso, alla capacità che la materia stessa ha di “riflettere”. Il riflesso nelle superfici specchianti non è infatti mero artificio decorativo, è costruzione, completamento della realtà nella realtà dell’opera e propagazione sensata di una spaesante evidenza, che si articola e si svela nei sei decori attraverso strategie coerenti ma eterogenee.
In “Decoro alato”, il nume tutelare è Icaro, la cubica progettualità dell’homo faber che lo conduce allo schianto, a quella violenta macchia rossa che resta a testimoniare del cortocircuito fra realtà e illusione: l’ala/le ali, il cubo/il mezzo cubo, la macchia che ci ricorda la caratteristica facoltà dirimente della fine, del momento puntuale e unico in cui la compatta resistenza di ciò che è si rileva e, solo per questo, risolve ogni equivoco.
Nei due Decori enigmatici il discorso sullo specchiamento si fa esplicito e si rivolge, provocatoriamente e direttamente, a chi guarda/si guarda. La contemporaneità degli atti di guardare un’opera d’arte e di guardare se stessi, impone una scelta fra due sole alternative possibili: guardarsi con distacco; guardare con coinvolgimento se stessi e l’opera in cui ci si specchia. Restare fuori, entrare. Ecco perché le due opere si completano a vicenda, perché negano, paradossalmente, entrambe le possibilità: non puoi restare fuori, perché “SEI DENTRO”, e nello stesso tempo “NON PUOI ENTRARE”, perché lo specchio è materia, certo, ma anche perché l’uomo non può che sognare e, al contempo, non può mai essere “dentro” il sogno, non può essere sogno. L’uomo che guarda i suoi sogni e che guarda se stesso guardarli, e non potere altro, almeno in quello strano mondo di forme che lo blandisce e lo rifiuta senza posa.
Il “Decoro minimo” mette in scena la permeabilità della materia e lo fa utilizzando lo spazio come scenografia minimale di pieni e di vuoti ritmati. I cubi trafiggono la nera solidità dello pseudo-supporto, ma è in realtà il pensiero che, imbrigliando l’illusione nella sua furia costruttivista, appare sorprendentemente capace di forare il solido e solidificare l’illusorio, dando vita a una sorta di contemporaneo trompe l’œil che non vuole stupire, ma dire di un’altra modalità del nostro rapporto con l’illusorio: l’uomo non può entrarvi, ma può costringerlo ad entrare nella sua realtà, in quella realtà che, proprio in quanto umana, non è più solo ruvido e ottuso cozzare di cose.
Nel “Decoro riflesso” lo specchio si rende protagonista di una sorta di esplosione combinatoria per immagini. Verrebbe voglia di dire che possiamo vedere questa esplosione di infiniti specchiamenti sulle superfici specchianti, ma basta guardare davvero per capire che si tratterebbe di un’ingenua e al contempo tracotante semplificazione: l’infinità non “sta”, e certamente non sta in alcun luogo, tanto meno negli specchi. “Decoro riflesso” è l’immane potenza creatrice del sogno; è l’immane potenza distruttrice della proliferazione incontrollata. “Immane” nel senso letterale del termine, nel senso che è ciò da cui l’uomo è fuori, e fuori resterà per sempre, ed è ciò che l’uomo potrebbe magari controllare, ma solo a patto di non essere umano, vale a dire di rinunciare al perenne, icarico sogno di entrare nel sogno. “Decoro residuo”, infine e non a caso, è l’opera del riaccostamento alla materia in quanto tale, ma anche in quanto vero scrigno della memoria. Il decoro è residuo perché fatto di residui e dei connotati che ciascun residuo conserva; è una carrellata tutta in soggettiva su un’avventura del pensiero che è il pensiero di un uomo, come sottolineato dal contorno irregolare blu intenso che “marchia” il cubo e sovrasta le lettere e tutto il resto, ma che è anche, tematicamente, il pensiero della specie, eternato nel dialogo di ogni metà col suo doppio.
Tornano le storie, definite nelle prospettive che giustificano questo plurale, e restano sul vetro, e attraversano gli specchi, per offrire forme narrate, umanizzate ma ancora capaci di generare vita del pensiero e pensiero nella vita, di riflettere e di essere riflesso.

 

Carmen Antonia DI BENEDETTO - Carmelo CALVAGNA

studio.calvagna@gmail.com